Ti moi sùn doùloisin?

Ti moi sùn doùloisin, “Che ho a che fare io con i servi?”, fu l’emblema che contraddistinse la Pietro Gobetti Editore dal 1923 al 1929 quale aperta sfida culturale in opposizione al fascismo. Il motto è tratto da una lettera inviata dall’Alfieri all’amico Tommaso Valperga di Caluso scritta da Firenze il 28 marzo 1801: l’Alfieri, nel rifiutare, sdegnato, l’iscrizione alla Accademia delle Scienze di Torino, colpevole ai suoi occhi di essere “celtizzata”, scriveva al Caluso che avrebbe voluto rispondere agli Accademici proponenti solo quelle quattro parole greche da lui stesso messe in fila con la loro sferzante domanda.

In Italia, per circa vent’anni, la difesa della libertà è stata rappresentata da un uomo assai facoltoso coinvolto nel tempo in diversi scandali giudiziari: Silvio Berlusconi. Con lui il garantismo in politica si è spinto fino all’affermazione di una intoccabilità a prescindere, idealmente fondata sul consenso elettorale, del ceto politico dalle inchieste della magistratura, le carriere politiche si sono arrestate solo a sentenza definitiva pronte a riprendere scontata la pena. In questo quadro torbido, la libertà è stata in massimo grado “libertà di agire” e “libertà dal patire” di una facoltosa oligarchia e diritti e doveri sono stati divisi per censo congelata la piramide sociale. Le organizzazioni criminali, silenziose tessitrici tramite insospettati intermediari di un rapporto con la classe dirigente, hanno avuto modo di arricchirsi e perciò di incrementare le proprie capacità di influenzare, d’indirizzare.

Ma torniamo alla domanda iniziale: ti moi sùn doùloisin?, “che ho a che fare io con i servi?”. Esiste una libertà che il fondatore di Milano 2 e di Mediaset non poteva rappresentare. Prima di una libertà di agire e di una libertà dal patire che una democrazia è per vocazione chiamata (almeno in teoria) a garantire egualmente al maggior numero di cittadini, c’è una libertà che è una condizione interiore e che ci guida nelle nostre scelte, a volte rinunce sofferte, ed è la liberta di chi si interroga quotidianamente, costi quello che costi, ti moi sùn doùloisin?, “che ho a che fare io con i servi?”. Se è una condizione interiore, si può essere liberi sempre, come lo era Piero Gobetti, come lo furono i partigiani che riscattarono l’Italia dal nazifascismo e da una complice monarchia, come lo sono stati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino di fronte alla piovra arrogante. Insieme al milite ignoto dovremmo considerare l’uomo libero sconosciuto, forse un barbone, forse un solitario, dal cuore ferito ma dall’animo intatto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *