Non amo che le rose che colsi

La notizia di cui scrivo è già una non-notizia, in quanto gli organizzatori della mezza maratona di Trieste, dopo aver inizialmente negato la possibilità di partecipazione agli atleti africani, forse per l’indignazione sollevata dal caso, hanno presto fatto dietrofront. Rimane comunque il dato, inquietante, della scelta iniziale, pericoloso in un Paese che rischia, episodio dopo episodio come interpretati questi nel sentire popolare, di avvitarsi dentro una comoda quanto asfittica identità nazionale, ed europea e “bianca”.

Vorrei che gli italiani si riscoprissero cittadini del Mediterraneo e riuscissero ad amare e ad avere cura del destino delle donne e degli uomini delle sponde opposte di questo mare, anche se ci appare uno sforzo più grande rapportarci a persone di cultura, lingua, tradizioni tanto diverse. Vorrei che la bussola fosse l’amore, una sorta di “mal d’Africa”, che preceda la cinica convenienza economica, lo sfruttamento del Continente Nero in forme colonialiste o neocolonialiste, lo sfruttamento barbaro e la mancata integrazione degli immigrati ridotti in schiavitù nelle campagne e nelle periferie dei nostri centri abitati.

Se la storia si scrivesse coi “se” e coi “ma”, vorrei ricordare oggi la bella ostilità ad una politica di intervento militarista degli ottocenteschi governi Depretis e Cairoli che pure aspiravano ad una colonizzazione pacifica della Tunisia da parte del neonato regno d’Italia, tentativo soffocato nel suo procedere dall’intervento militare francese in Tunisia del 1881. Forse se l’Italia avesse battuto di due cuori, Roma e Cartagine alla pari, e fosse stato luogo fecondo di incontro tra Islam e Cristianesimo, oggi saremmo un Paese meno razzista, un lembo d’Europa e un lembo d’Africa. Ma dobbiamo proprio possedere una terra per non essere razzisti, per amare la gente che ci abita?

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