E poi c’è Cattelan

Grazie agli scavi finanziati dal governo dell’Azerbaijan, è stata da poco rinvenuta in Roma la testa di una statua raffigurante il dio Dioniso, incassata in un muro di epoca medievale presso i Fori Imperiali. Ed è ancora recente la riscoperta di un’altra meraviglia perduta, la Sala della Sfinge, da parte dei restauratori della Domus Aurea di Nerone.

L’Italia abbonda di opere d’arte e i potenti e facoltosi, di ieri come di oggi, amavano (e potevano – un privilegio) circondarsi del bello, intuendo in questo, forse, una caratteristica anche del prezioso e del divino. Ma questa cultura che fa dell’Italia un museo sedimentatosi a cielo aperto, e un museo di mille musei ancora, non è sufficiente stella polare dei programmi dei partiti e dei loro centri studi, non sfiora quei corsi universitari tenuti da docenti arroccati sui loro appunti e libri di testo, che non premiano l’approfondimento e la sperimentazione ma la ripetizione arida dei soli contenuti veicolati. E’ cultura in un Paese acritico e fatalistico sulla propria capacità di generare cultura – un Paese che rimane in attesa del genio.

E poi c’è l’opera L.O.V.E., il celebre “dito medio” di Cattelan collocato in Piazza Affari a Milano proprio davanti al Palazzo della Borsa. L.O.V.E. è l’acronimo di “libertà, odio, vendetta, eternità” e il “dito medio” che rappresenta la scultura è il dito medio di una mano dalle dita volutamente sgretolate, originariamente impegnata in un saluto fascista verso il Palazzo della Borsa – opera del ventennio.

Personalmente, considero ogni parola di quell’acronimo significativa di ciò che cela il legame originario tra il potere, politico ed economico, e l’arte e la cultura in genere. E questo vale per la statua di Cattelan, come per la Sala della Sfinge nella Domus Aurea di Nerone o la testa di Dioniso rinvenuta ai Fori Imperiali. Il potere vuole essere libero da impacci, vuole eternarsi, vuole poter agire avendo financo in disprezzo il popolo e vendicandosi degli oppositori: l’arte e la cultura vengono perciò intesi come mezzi di propaganda, chi gode dell’opera deve recepire il messaggio del potere che l’ha voluta coniata. La bellezza non più ostentata viene soltanto dopo: quando il sogno d’eternarsi del potere che la possiede fallisce e l’arte pare ribellarsi, diventando carica d’un significato popolare, della voglia di esistere di generazioni successive e smemorate.

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