La politica al tempo dello zar

In campo internazionale la politica ha bisogno di interlocutori stabili, che reggano le sorti di una Nazione per almeno circa un decennio. La democrazia interna di quei Paesi vive però della possibilità di mutare quegli interlocutori, del diritto all’esistenza di un’opposizione legale ma determinata. Molto spesso la democrazia viene sacrificata sull’altare della stabilità e molto spesso essa viene schiacciata dalla pressione del denaro necessario per permettersi le azioni di un costoso protagonismo permanente.

Vladimir Putin è stato Presidente della Federazione Russa dal 31 dicembre 1999 al 7 maggio 2008 per poi rivestire la stessa carica dal 7 maggio 2012 fino ad oggi. Tra l’8 maggio 2008 e il 7 maggio 2012 è stato Primo Ministro della Federazione Russa, come lo fu pure dall’8 agosto 1999 al 7 maggio 2000. Non è certo caso singolare di longevità al potere: in Italia abbiamo avuto Berlusconi e, ancor più e ancor prima, Andreotti, in Germania la Cancelliera Federale è Angela Merkel dal 22 novembre 2005, in Israele Benjamin Netanyahu è Primo Ministro dal 31 marzo 2009 e lo fu anche dal 18 giugno 1996 al 6 luglio 1999, in Turchia Erdoğan è stato Primo Ministro dal 14 marzo 2003 al 28 agosto 2014 per divenire da quella data il Presidente attualmente in carica.

Possiamo allora dire, nel caso di Putin, che egli E’ la Russia del nuovo secolo? Solo la legge e la volontà personale possono mettere un limite al numero di mandati, in particolare di quelli, delicatissimi per lo Stato, nei quali si riveste un ruolo apicale. Ma fino a che punto il governo russo controlla gli organi di stampa? Fino a che punto consente un’opposizione interna? Non tutti i casi di longevità al potere sono gli stessi, infatti, guardandoli nel dettaglio. A Mosca ingenti forze di polizia sono state schierate contro chi manifestava contro la decisione delle autorità di vietare la candidatura dell’opposizione alle elezioni comunali in programma l’8 settembre: il leader dell’opposizione Alexei Navalny è stato condannato, e non è la prima volta, a 30 giorni di carcere per aver organizzato le manifestazioni di protesta, prima ancora dell’inizio del raduno del 27 luglio scorso diversi attivisti vengono arrestati, nelle proteste di queste settimane si arrivano a contare migliaia di arresti.

Allora il mio pensiero va al coraggio dei manifestanti a Mosca, uomini e donne anche giovani, non perché questa democrazia italiana sia perfetta, tra i compromessi col potere cui sono costretti i giornalisti che si occupano di politica per non essere “emarginati” dalla notizia, tra le pressioni sui politici di imprenditori talora persino collusi colle potenti – ahinoi – organizzazioni criminali, ma perchè mi appare ancora più distante dalla più splendente democrazia l’immagine d’una nutrita schiera di poliziotti pronta a trascinare via con la forza una ragazza inginocchiata pacificamente a citare in uno spazio aperto brani della Costituzione del suo Paese.

Noi siamo passati attraverso la stagione delle stragi, e oggi forse viviamo una stagione più pericolosa, perché diamo per acquisite le conquiste democratiche del passato: la demagogia, il sondaggismo sono veleni che scorrono senza essere notati, fascismo e antifascismo passano come scelte di campo di pari dignità, nell’oblio della storia, rare sono le inchieste giornalistiche e si rincorrono, finché non verrà messo uno sciagurato bavaglio alle intercettazioni, quelle d’una magistratura non esente da pasticci interni. Ecco perché dal grande coraggio democratico riversato nelle proteste pacifiche a Mosca possiamo trarre insegnamento: la democrazia va coltivata.

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