L’occupazione del potere

Quando pensiamo a politici che intervengono “a gamba tesa” sulle nomine in magistratura e nella sanità, quando possiamo facilmente individuare lo schieramento politico di appartenenza di quell’opinionista o di quell’uomo di spettacolo, intuiamo con preoccupazione un potere politico che muove le sue pedine a controllare inappropriatamente l’esercizio della giustizia, la cura della salute pubblica, l’informazione nella sua interpretazione, l’intrattenimento politicamente corretto e quale no.

Lo fanno tutti, temo. Si ha difficoltà a riconoscere anime belle nel quadro politico che pensino che il proprio partito riesca a conservare e a guadagnare consenso nello stretto agone del dibattito parlamentare e d’una comunicazione solo a questo relativa. Eppure questo scenario, di occupazione dei gangli del sistema con uomini di comprovata affiliazione, non rende merito al popolo, cui appartiene la sovranità secondo la nostra Costituzione: il popolo diviene un gregge da imbonire e da corrompere, da limitare nell’esercizio delle proprie opportunità nel caso in cui si opponga.

Eppure il popolo è altro, va oltre l’accodarsi al più cinico mercanteggiamento delle cariche, e al corrispondente silenzio delle coscienze. Lo diceva don Luigi Giussani in quell’anno drammatico per la nostra storia che è stato il 1992: “Un ideale di vita umana o più umana, non può non suscitare l’interesse della gente, che in qualche modo si riconosce amica e collabora in vista di un percepito o supposto ideale di migliore umanità e cerca di trovare anche gli strumenti per realizzare questo ideale. Questo è un popolo”.

Sappiamo oggi tornare ad essere un popolo come lo fummo negli anni della Ricostruzione dopo il Secondo Conflitto Mondiale? O, per il momento, colla Lega primo partito nazionale, ci immaginiamo più come una confederazione di popoli ciascuno dedito alla tutela degli interessi locali e alla difesa da interferenze extraterritoriali? Per superare l’occupazione del potere abbiamo bisogno di un risveglio della nostra coscienza collettiva, il popolo deve ritornare centrale e deve lasciarsi guidare più dall’ideale pubblico che dall’interesse privato. Ma cosa sogna il popolo (o cosa sognano i popoli italiani) oggi?

Seicento

Secondo i dati dell’indagine epidemiologica Sentieri dell’Istituto superiore di Sanità, tra il 2002 e il 2015 sono nati a Taranto 600 bambini con malformazioni congenite, “con una prevalenza superiore all’atteso” – si legge nello studio – “calcolato su base regionale”. Inoltre, sempre secondo lo studio, è in eccesso rispetto all’atteso anche il numero di tumori osservati in età pediatrica e giovanile. Il dato di 600 bambini nati malformati è presente nella valutazione del danno sanitario dello stabilimento siderurgico Arcelor Mittal (ex Ilva). Si chiede quindi il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli – e io modestamente mi chiedo lo stesso – come mai non è stata resa pubblica questa notizia per tempo, perché è stata rinviata la presentazione degli esiti dell’indagine epidemiologica disponibili già un anno fa?

C’è la sensazione che anche il “governo del cambiamento” sia disposto a barattare cinicamente la salute con il lavoro, piuttosto che promuovere un ripensamento complessivo della politica industriale italiana in termini d’uno sviluppo sostenibile dall’ambiente, dall’uomo, dai beni e dal bene delle nuove generazioni. Anche in questo si pesa il valore del grido “Onestà!” fatto proprio dal M5S, che non può significare solo evitare la corruzione nell’amministrazione della res publica, ma anche promuovere una gestione trasparente e tutelare la popolazione dalle esternalità negative, vieppiù se gravi, delle proprie scelte politiche.

Come potranno studiare, lavorare, e aspirare ad una vita normale quei 600 bambini? Come può non anestetizzarsi la coscienza di un politico che accetta un tale danno sanitario, ne cela la notizia, non si interroga se esistano vie migliori per lo sviluppo economico di Taranto? Come possono i cittadini di Taranto non disilludersi?

E poi c’è Cattelan

Grazie agli scavi finanziati dal governo dell’Azerbaijan, è stata da poco rinvenuta in Roma la testa di una statua raffigurante il dio Dioniso, incassata in un muro di epoca medievale presso i Fori Imperiali. Ed è ancora recente la riscoperta di un’altra meraviglia perduta, la Sala della Sfinge, da parte dei restauratori della Domus Aurea di Nerone.

L’Italia abbonda di opere d’arte e i potenti e facoltosi, di ieri come di oggi, amavano (e potevano – un privilegio) circondarsi del bello, intuendo in questo, forse, una caratteristica anche del prezioso e del divino. Ma questa cultura che fa dell’Italia un museo sedimentatosi a cielo aperto, e un museo di mille musei ancora, non è sufficiente stella polare dei programmi dei partiti e dei loro centri studi, non sfiora quei corsi universitari tenuti da docenti arroccati sui loro appunti e libri di testo, che non premiano l’approfondimento e la sperimentazione ma la ripetizione arida dei soli contenuti veicolati. E’ cultura in un Paese acritico e fatalistico sulla propria capacità di generare cultura – un Paese che rimane in attesa del genio.

E poi c’è l’opera L.O.V.E., il celebre “dito medio” di Cattelan collocato in Piazza Affari a Milano proprio davanti al Palazzo della Borsa. L.O.V.E. è l’acronimo di “libertà, odio, vendetta, eternità” e il “dito medio” che rappresenta la scultura è il dito medio di una mano dalle dita volutamente sgretolate, originariamente impegnata in un saluto fascista verso il Palazzo della Borsa – opera del ventennio.

Personalmente, considero ogni parola di quell’acronimo significativa di ciò che cela il legame originario tra il potere, politico ed economico, e l’arte e la cultura in genere. E questo vale per la statua di Cattelan, come per la Sala della Sfinge nella Domus Aurea di Nerone o la testa di Dioniso rinvenuta ai Fori Imperiali. Il potere vuole essere libero da impacci, vuole eternarsi, vuole poter agire avendo financo in disprezzo il popolo e vendicandosi degli oppositori: l’arte e la cultura vengono perciò intesi come mezzi di propaganda, chi gode dell’opera deve recepire il messaggio del potere che l’ha voluta coniata. La bellezza non più ostentata viene soltanto dopo: quando il sogno d’eternarsi del potere che la possiede fallisce e l’arte pare ribellarsi, diventando carica d’un significato popolare, della voglia di esistere di generazioni successive e smemorate.

La mala educacion

In una Italia di carriere politiche cresciute nella bambagia, per grazia di cooptazione, per esperienze fuori dalle normalmente diffuse difficoltà, ereditate talora da padre in figlio/a, ci si sorprende fin troppo spesso di ritrovare in grossolana miseria morale la nostra classe dirigente. Che è corruttibile nepotista e clientelare – come hanno dimostrato i casi recenti in Calabria, Lombardia ed Umbria. Che trova il gusto di mostrarsi razzista – come è piaciuto mostrarsi al sindaco forzista di Trieste che durante una partita di basket si è alzato in piedi per rivolgere il dito medio al pivot sudanese della squadra avversaria.

Abbiamo eletto un’elite non sufficientemente tale? La noblesse n’oblige plus? Non li abbiamo attentamente costruite e protette già dentro le aule universitarie e i luoghi di lavoro queste speranze per la Nazione? Non avevamo già deciso che la democrazia fosse qualcosa di troppo importante per lasciarla veramente al popolo, senza il controllo dell’informazione e dell’opinione, senza la gara tra portatori di voti ad ogni elezione, senza rispettare la consueta ricetta “panem et circenses” per la plebe?

In questo momento voglio scrivere qui “grazie” solo al Presidente Mattarella per aver frenato e invitato a modificare il decreto sicurezza bis che prevedeva in origine, con dubbio buonsenso, multe per le organizzazioni impegnate nel soccorso dei dispersi in mare e al Presidente Conte per aver voluto sottolineare, nel giorno in cui ricorreva la strage di Capaci, come la lotta alla mafia sia una lotta di libertà, e perciò Falcone e Borsellino due esempi di uomini liberi, senza alcun sospetto abuso dell’aggettivo. C’è ancora una “buona educazione” in giro.

I re sono nudi (ma sono molto odiati)

Nell’era dei social andrebbe forse aggiornato il finale della favola “I vestiti nuovi dell’Imperatore” di Hans Christian Andersen di modo che all’esclamazione del bambino “Ma l’imperatore non ha nulla addosso!” gli imperatori di oggi possano replicare “ecco un bambino, un ignorante, un incompetente, un signor nessuno dal quale non frutterà nulla che mi odia!” E continuare a guidare il proprio corteo (su Facebook, Twitter o Instagram) a testa alta.

In effetti i maitres a penser della penisola, specializzatisi chi a condurre Il Grande Fratello, chi a trovar la propria cadrega in politica, chi a dispensarci saggezze culinarie o armonie musicali usano i social come la televisione: per intavolare un monologo a senso unico, per fare mostra della propria bellezza interiore od esteriore, della propria bravura o della propria fermezza, ergendo un muro che li difenda da ogni critica. Chi critica lo fa perché odia, perché appartiene a questa categoria “sfigata” degli “odiatori”, vite di scarto dell’italico stivale causa la propria pochezza.

Se poi l’italico stivale va maluccio i suoi imperatori fischiettando se ne vanno, scaricandosi vicendevolmente le colpe e facendo spallucce: sono quelli che anche in acque agitate riescono comunque a superare la tempesta perché navigano su imbarcazioni robuste. Di tanto in tanto agli odiatori è concessa qualche soddisfazione: così il lei-non-sa-chi-sono-io (certo che lo so, sottosegretario) Siri è diventato il lei-non-sa-chi-sono-io (certo che lo so, pregiudicato e nuovamente indagato) Siri. Io, più che odiatore, preferisco definirmi uno scommettitore: e scommetto che non ci ricorderemo di Cristiano De Andrè come del padre Fabrizio, di Elena Di Cioccio come del padre batterista della PFM, di Simone Annicchiarico come del padre Walter Chiari. Questi, la barchetta per superare comodamente le tempeste, l’hanno ereditata: la vie facile.

La morte dei cigni e dove fuggire

Lui e Lei erano due cigni reali, che da anni vivevano nel laghetto superiore del parco di Recoaro Terme, in provincia di Vicenza. Recentemente, Lui è stato trovato morto nell’acqua col collo spezzato – si pensa sia stato ucciso a bastonate. E Lei, che amava Lui e senza di Lui non sapeva vivere, come accade comunemente coi cigni reali, si è lasciata morire di inedia, smettendo di mangiare, a soli due giorni di distanza dalla morte del compagno.

Noemi, piccolo cigno umano di soli 4 anni, colpita per errore da un proiettile durante un regolamento di conti per le strade di Napoli, lotta tra la vita e la morte con due polmoni perforati. Ed il padre, che ne spera la salvezza, vorrebbe lasciare Napoli, non farla più crescere in quella città violenta. Ma per andare dove? Esiste ancora in Italia un luogo al riparo dalla barbarie?

Mentre scrivo non ho risposte. Mentre scrivo 43 misure di custodia cautelare sono state spiccate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano nei confronti di politici, amministratori, imprenditori di Lombardia e Piemonte. Le accuse vanno dall’associazione mafiosa, all’abuso d’ufficio, al finanziamento illecito ai partiti, alla corruzione finalizzata alla spartizione di appalti pubblici. Mentre scrivo una ragazzina di 16 anni è stata violentata in quel di Bolzano lungo la passeggiata sopra il fiume Isarco. Dov’è un posto pulito dove crescere una famiglia? A quale latitudine i cigni possono vivere e lasciarsi amare pienamente?

Il freddo di Manduria

Ci sono forse delle condizioni familiari, ed ambientali, che hanno permesso alla baby gang criminale di Manduria, provincia di Taranto, di perseguitare con violenza inaudita e ripetuta, fisica e psicologica, il 66enne inerme ed anziano disabile psichico Antonio Stano. Antonio Stano non c’è più: chi sapeva del suo martirio è rimasto in silenzio a curare gli affari propri. La baby gang, per compiacersi ancora di più, si scambiava audio e video dei pestaggi.

La prima cosa da scrivere – che mi sembra persino banale scrivere ma va scritta – è che questi ragazzi dovrebbero sapere quanto sia più facile, quindi più vigliacco, distruggere piuttosto che costruire. Ricorderebbe Pascal: “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero.” Antonio Stano, anima fragile e pacifica, andava abbracciato, integrato nel tessuto cittadino di Manduria: servivano idee, e azioni conseguenti – e questo sarebbe stato difficile. Emarginarlo prima e poi ucciderlo è più semplice, nessun premio, nessun applauso, nessuna gioia va a chi prende a proprio esempio la Morte piuttosto che la scintilla di un Dio creatore.

Dicevo delle condizioni familiari, ed ambientali. Per i ragazzi di Manduria non hanno funzionato istituzioni educative come la famiglia, l’oratorio, la scuola. Forse in famiglia si è fatta strada l’idea che bisogna essere furbi e sfacciati e vaccinati dagli eccessivi sentimentalismi, come mostrano di esserlo i “padroni”, per andare avanti nell’esistenza, forse la scuola, non più viatico per il lavoro secondo il merito e le attitudini, è divenuta stanca e noiosa erogatrice di nozioni, forse l’oratorio è divenuto soltanto il luogo buono per giocare a pallone. Così il Sole di questo Sud allo sbando non riscalda più. E c’è freddo a Manduria. E un Cristo ci è morto.

Non amo che le rose che colsi

La notizia di cui scrivo è già una non-notizia, in quanto gli organizzatori della mezza maratona di Trieste, dopo aver inizialmente negato la possibilità di partecipazione agli atleti africani, forse per l’indignazione sollevata dal caso, hanno presto fatto dietrofront. Rimane comunque il dato, inquietante, della scelta iniziale, pericoloso in un Paese che rischia, episodio dopo episodio come interpretati questi nel sentire popolare, di avvitarsi dentro una comoda quanto asfittica identità nazionale, ed europea e “bianca”.

Vorrei che gli italiani si riscoprissero cittadini del Mediterraneo e riuscissero ad amare e ad avere cura del destino delle donne e degli uomini delle sponde opposte di questo mare, anche se ci appare uno sforzo più grande rapportarci a persone di cultura, lingua, tradizioni tanto diverse. Vorrei che la bussola fosse l’amore, una sorta di “mal d’Africa”, che preceda la cinica convenienza economica, lo sfruttamento del Continente Nero in forme colonialiste o neocolonialiste, lo sfruttamento barbaro e la mancata integrazione degli immigrati ridotti in schiavitù nelle campagne e nelle periferie dei nostri centri abitati.

Se la storia si scrivesse coi “se” e coi “ma”, vorrei ricordare oggi la bella ostilità ad una politica di intervento militarista degli ottocenteschi governi Depretis e Cairoli che pure aspiravano ad una colonizzazione pacifica della Tunisia da parte del neonato regno d’Italia, tentativo soffocato nel suo procedere dall’intervento militare francese in Tunisia del 1881. Forse se l’Italia avesse battuto di due cuori, Roma e Cartagine alla pari, e fosse stato luogo fecondo di incontro tra Islam e Cristianesimo, oggi saremmo un Paese meno razzista, un lembo d’Europa e un lembo d’Africa. Ma dobbiamo proprio possedere una terra per non essere razzisti, per amare la gente che ci abita?

Ti moi sùn doùloisin?

Ti moi sùn doùloisin, “Che ho a che fare io con i servi?”, fu l’emblema che contraddistinse la Pietro Gobetti Editore dal 1923 al 1929 quale aperta sfida culturale in opposizione al fascismo. Il motto è tratto da una lettera inviata dall’Alfieri all’amico Tommaso Valperga di Caluso scritta da Firenze il 28 marzo 1801: l’Alfieri, nel rifiutare, sdegnato, l’iscrizione alla Accademia delle Scienze di Torino, colpevole ai suoi occhi di essere “celtizzata”, scriveva al Caluso che avrebbe voluto rispondere agli Accademici proponenti solo quelle quattro parole greche da lui stesso messe in fila con la loro sferzante domanda.

In Italia, per circa vent’anni, la difesa della libertà è stata rappresentata da un uomo assai facoltoso coinvolto nel tempo in diversi scandali giudiziari: Silvio Berlusconi. Con lui il garantismo in politica si è spinto fino all’affermazione di una intoccabilità a prescindere, idealmente fondata sul consenso elettorale, del ceto politico dalle inchieste della magistratura, le carriere politiche si sono arrestate solo a sentenza definitiva pronte a riprendere scontata la pena. In questo quadro torbido, la libertà è stata in massimo grado “libertà di agire” e “libertà dal patire” di una facoltosa oligarchia e diritti e doveri sono stati divisi per censo congelata la piramide sociale. Le organizzazioni criminali, silenziose tessitrici tramite insospettati intermediari di un rapporto con la classe dirigente, hanno avuto modo di arricchirsi e perciò di incrementare le proprie capacità di influenzare, d’indirizzare.

Ma torniamo alla domanda iniziale: ti moi sùn doùloisin?, “che ho a che fare io con i servi?”. Esiste una libertà che il fondatore di Milano 2 e di Mediaset non poteva rappresentare. Prima di una libertà di agire e di una libertà dal patire che una democrazia è per vocazione chiamata (almeno in teoria) a garantire egualmente al maggior numero di cittadini, c’è una libertà che è una condizione interiore e che ci guida nelle nostre scelte, a volte rinunce sofferte, ed è la liberta di chi si interroga quotidianamente, costi quello che costi, ti moi sùn doùloisin?, “che ho a che fare io con i servi?”. Se è una condizione interiore, si può essere liberi sempre, come lo era Piero Gobetti, come lo furono i partigiani che riscattarono l’Italia dal nazifascismo e da una complice monarchia, come lo sono stati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino di fronte alla piovra arrogante. Insieme al milite ignoto dovremmo considerare l’uomo libero sconosciuto, forse un barbone, forse un solitario, dal cuore ferito ma dall’animo intatto.

La crescita.

Non vi può essere una crescita sostenuta in un Paese la cui elite vivacchia su posizioni di rendita e si tramanda da generazione in generazione la difesa di questo ingiusto vantaggio. Non vi può essere una crescita sostenuta in un Paese nel quale la competizione fa vincere troppo spesso il peggiore, nel senso di meno capace, meno appassionato, ma più ubbidiente (e dunque favorito nella cooptazione), nelle università come nelle aziende. Non vi può essere una crescita sostenuta infine in un Paese che non sostiene seriamente l’ingresso dei propri giovani nel mondo del lavoro facendo terminare la preparazione a tale accesso al più al 24° anno di età.

Dovremmo andare a lavorare con l’entusiasmo derivante dalla consapevolezza che il nostro lavoro è il primo mezzo, se non l’unico, che possediamo per cambiare il mondo nel quale viviamo: la produttività se ne gioverebbe in un naturale rapporto di causa e di effetto. Ma la legge Fornero approvata alla fine del 2011 ha trasportato oltre i 40 anni di contributi gli anni necessari per uscire dal lavoro indipendentemente dall’età e, pur volendo immaginare quella stabilità lavorativa che oggi è spesso privilegio riservato ai ceti più abbienti (insieme a contributi più sostanziosi), 40 anni vuol dire lavorare stabilmente dai 30 anni fino ai 70 anni e ciò in un quadro sconfortante nel quale alle fasce più povere sono destinati spesso in sorte la delocalizzazione dell’azienda nella quale si opera, l’approssimazione nel rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro (e dunque i troppi incidenti sul lavoro), il pagamento per mezzo dei voucher, il lavoro in nero, lunghi periodi di disoccupazione.

Come è possibile appassionarci se il lavoro è nella maggioranza dei casi una grigia lotteria dalla quale le pedine escono scambiate di posto? Se la scuola perde o fraintende il suo ruolo istituzionale con nuove generazioni sempre più violente e università in mano a professori arroganti che arruolano matricole in massa, non importa l’età, per fundraising? Bastano gli accordi internazionali sul commercio, certo benvenuti? Basta riattivare i cantieri fermi?