La guerra e la pace

“Generale dietro la stazione / Lo vedi il treno che portava al sole? / Non fa più fermate neanche per pisciare / Si va dritti a casa senza più pensare / Che la guerra è bella anche se fa male / Che torneremo ancora a cantare / E a farci fare l’amore, l’amore dalle infermiere…” cantava De Gregori. Come si può cantare che “la guerrà è bella”? – mi chiedo, forse ingenuamente, a 80 anni dallo scoppio di un conflitto devastante che ha fatto strage di civili quanto e più di militari e quasi scientificamente sterminato la popolazione ebraica allora presente in Europa.

Ma poi mi chiedo se sono cieco. Se non avverto, in questi decenni di pace ritrovata nell’Occidente avanzato, di mercato comune poi di Unione Europea, la guerra strisciante e sottaciuta nelle nostre città. Del ricco che ha già in sovrabbondanza ma dalla ancora accesa bramosia contro il povero che lotta per la mera sopravvivenza, del povero contro il povero, del cittadino contro l’immigrato, dello speculatore della finanza privo di scrupoli contro il proprietario d’impresa, del proprietario d’impresa contro i lavoratori subordinati in nome della massimizzazione del profitto.

Diceva Charles Darwin che “nascendo un numero d’individui superiore a quello che può vivere, deve certamente esistere una seria lotta per l’esistenza, sia fra gli individui della medesima specie, sia fra quelli di specie diverse, oppure contro le condizioni fisiche della vita”. E’ suggestivo leggere “nazioni” dove Darwin scrive “specie”: esistono esseri “competitivi”, uomini “guerrieri” che interpretano, in pace come in guerra, ogni relazione in termini di lotta, di manifestazione o meno della propria potenza, di dominio. Si spreca dignità a tentare di far comprendere a costoro che un’alternativa è possibile.

Ma l’alternativa c’è e consiste nel mettere in comune le risorse fondamentali, costringendoli a rinunciare a quote di egoistico benessere a favore del più diffuso benessere collettivo, perché la vita sia una possibilità per tutti, e riparando ai torti contingenti di una società comunque imperfetta. Alla volontà di potenza verrà allora sostituita la sperimentazione della volontà di ex-sistere, di “stare tra”, la determinazione e la viva curiosità di comprendere l’altro. Servono uomini di questa volontà buona alla guida della politica, dell’economia, della società, perché i tempi di pace non siano fragili, brevi e bugiardi, ma fasi solide di comune crescita.

Poi è tardi

Non crediate che nella vita ogni età è buona. L’età della pura formazione dura il vostro primo quarto di secolo, poi ogni anno che vi aggiungete ancora è un anno di ritardo. Sperate di nascere e di crescere in una famiglia che non viva critiche difficoltà economiche, tali da non potervi sostenere negli studi; sperate di nascere e di crescere senza gravi problemi di salute e sufficientemente maturi da capire l’importanza dell’impegno e dove convogliare questa dedizione.

Poi è tardi. Poi dovrete sperare in un’altra vita. In questa, confinati ai livelli inferiori della scala sociale, attenderete invano le riforme degli ottimati di sinistra, che dall’alto delle loro carriere di successo pretenderanno di capire cos’è il meglio per voi e di prendersene cura. Vi illuderete forse di contare qualcosa offrendo il vostro sostegno a qualche movimento di popolo, che infiamma le piazze gridando alla rivoluzione e giunto ad avere incarichi di governo tradirà le aspettative: come un camaleonte che cambia colore alle proprie squame, abbraccerà anch’esso il professionismo in politica.

Voi non farete mai parte dei risparmiatori. Non investirete in azioni od obbligazioni, il vostro dovere sociale sarà quello di consumare fin dove potrete. Nessun partito politico, di qualsivoglia orientamento, vi collocherà al suo centro: potrete essere elettori, se vorrete, mai eletti. E la vostra esperienza di vita, tra lavori umili e spesso saltuari e malpagati, carica del peso di troppi “si” che erano in realtà dei “no” soffocati, non lascierà alcuna traccia, come i sassi privi di pensiero. Ovviamente potranno esistere delle incomprensibili eccezioni. Ma anche queste saranno, come si suol dire, eccezioni che confermeranno la regola.

All’orizzonte, in Italia, appare un governo M5S-PD-LeU: io personalmente non mi attendo nulla, forse un poco più di umanità nei confronti dei migranti che giungono via mare fuggendo dalla guerra o guidati da aspirazioni di maggior benessere, forse un poco più di ipocrita umanità se questi migranti li ritroveremo sbandati nelle diverse città d’Italia o schiavi del caporalato nelle campagne per pochi euro l’ora e un materasso per dormire in un magazzino o in una tendopoli. Se la Libia destabilizzata dagli interessi neocoloniali francesi troverà finalmente pace grazie ad un’efficace opera diplomatica italiana sarà un bel risultato. Se si disinnescherà l’aumento dell’Iva senza aumentare la pressione fiscale sarà quasi un gioco di prestigio.

Poi il sole sorgerà come ieri. Poi correrà il tornaconto di depotenziare, se i sondaggi ne segnaleranno ancora il pericolo, il consenso alla Lega con una nuova legge elettorale più nettamente proporzionale (a costo d’una nuova ingovernabilità), poi correrà l’interesse di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. E di tutto questo, e di quello scritto al paragrafo precedente, vivranno i talk show politici, dettando tempi e modi del dibattito, interrogandosi sui tweet di questo o di quel leader in ascesa o in caduta, sulle narrazioni che hanno sostituito la carne viva della gente.

La politica al tempo dello zar

In campo internazionale la politica ha bisogno di interlocutori stabili, che reggano le sorti di una Nazione per almeno circa un decennio. La democrazia interna di quei Paesi vive però della possibilità di mutare quegli interlocutori, del diritto all’esistenza di un’opposizione legale ma determinata. Molto spesso la democrazia viene sacrificata sull’altare della stabilità e molto spesso essa viene schiacciata dalla pressione del denaro necessario per permettersi le azioni di un costoso protagonismo permanente.

Vladimir Putin è stato Presidente della Federazione Russa dal 31 dicembre 1999 al 7 maggio 2008 per poi rivestire la stessa carica dal 7 maggio 2012 fino ad oggi. Tra l’8 maggio 2008 e il 7 maggio 2012 è stato Primo Ministro della Federazione Russa, come lo fu pure dall’8 agosto 1999 al 7 maggio 2000. Non è certo caso singolare di longevità al potere: in Italia abbiamo avuto Berlusconi e, ancor più e ancor prima, Andreotti, in Germania la Cancelliera Federale è Angela Merkel dal 22 novembre 2005, in Israele Benjamin Netanyahu è Primo Ministro dal 31 marzo 2009 e lo fu anche dal 18 giugno 1996 al 6 luglio 1999, in Turchia Erdoğan è stato Primo Ministro dal 14 marzo 2003 al 28 agosto 2014 per divenire da quella data il Presidente attualmente in carica.

Possiamo allora dire, nel caso di Putin, che egli E’ la Russia del nuovo secolo? Solo la legge e la volontà personale possono mettere un limite al numero di mandati, in particolare di quelli, delicatissimi per lo Stato, nei quali si riveste un ruolo apicale. Ma fino a che punto il governo russo controlla gli organi di stampa? Fino a che punto consente un’opposizione interna? Non tutti i casi di longevità al potere sono gli stessi, infatti, guardandoli nel dettaglio. A Mosca ingenti forze di polizia sono state schierate contro chi manifestava contro la decisione delle autorità di vietare la candidatura dell’opposizione alle elezioni comunali in programma l’8 settembre: il leader dell’opposizione Alexei Navalny è stato condannato, e non è la prima volta, a 30 giorni di carcere per aver organizzato le manifestazioni di protesta, prima ancora dell’inizio del raduno del 27 luglio scorso diversi attivisti vengono arrestati, nelle proteste di queste settimane si arrivano a contare migliaia di arresti.

Allora il mio pensiero va al coraggio dei manifestanti a Mosca, uomini e donne anche giovani, non perché questa democrazia italiana sia perfetta, tra i compromessi col potere cui sono costretti i giornalisti che si occupano di politica per non essere “emarginati” dalla notizia, tra le pressioni sui politici di imprenditori talora persino collusi colle potenti – ahinoi – organizzazioni criminali, ma perchè mi appare ancora più distante dalla più splendente democrazia l’immagine d’una nutrita schiera di poliziotti pronta a trascinare via con la forza una ragazza inginocchiata pacificamente a citare in uno spazio aperto brani della Costituzione del suo Paese.

Noi siamo passati attraverso la stagione delle stragi, e oggi forse viviamo una stagione più pericolosa, perché diamo per acquisite le conquiste democratiche del passato: la demagogia, il sondaggismo sono veleni che scorrono senza essere notati, fascismo e antifascismo passano come scelte di campo di pari dignità, nell’oblio della storia, rare sono le inchieste giornalistiche e si rincorrono, finché non verrà messo uno sciagurato bavaglio alle intercettazioni, quelle d’una magistratura non esente da pasticci interni. Ecco perché dal grande coraggio democratico riversato nelle proteste pacifiche a Mosca possiamo trarre insegnamento: la democrazia va coltivata.

Sarà la musica che gira intorno

Sarà la musica che gira intorno, cantava Ivano Fossati (forse la “musica” di certi politici – pifferai magici?), saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro. Il risultato è che si accumulano segnali inquietanti.

Il primo. Nel 2012 un gruppo di amici ventenni salva dalla demolizione il Cinema America di Trastevere, in Roma, fonda l’associazione “Piccolo Cinema America”, oggi “Piccolo America” e inizia a colorare Roma con grandi arene estive gratuite: operazione di per sé meritoria per chi ama l’arte, l’immaginazione ed il pensiero. Ebbene, nel 2019 i ragazzi che hanno “osato” indossare in giro la maglietta amaranto del Cinema America sono stati aggrediti e picchiati da squadracce di estrema destra.

Il secondo. La scorsa domenica mattina un’avvocatessa porta i suoi due cani al parco Forlanini di Milano quando si avvede di un uomo, uno straniero dell’Ecuador, sdraiato in posizione innaturale, a faccia in giù, con le persone che quasi gli camminano sopra, nessuno a interessarsi del suo stato. La donna sa per mestiere dell’omissione di soccorso, ma più che questo è il suo senso di umanità a guidarla. Tra le minacce di un gruppetto di persone che la osserva e le grida “Brutta tr.., lascialo lì”, “Se osi chiamare l’ambulanza ti meniamo”, “Bisogna lasciarli morire questi immigrati di m..” e una signora di 70 anni che invoca a suo modo la giustizia divina, “Spero che Dio ascolti le mie preghiere e che affondi tutti i barconi!” L’avvocatessa se ne va via tremando, ferma due vigili a cui spiega i fatti, la loro risposta è altrettanto indifferente: “Ce ne sono tanti…”. Allora ritorna indietro per portare acqua al ragazzo, ma un amico di questi lo stava già accompagnando via.

Il terzo. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio viene ucciso da due giovani americani in vacanza a Roma il Vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Ma per mezza giornata viene rilanciata la (falsa) notizia dai nostri politici che gli autori dell’omicidio siano due nordafricani, con tutti i commenti propagandistici del caso, ovvero capaci di generalizzare impropriamente il comportamento dei due aggressori come la tendenza di tutti i disperati che affrontano le acque del Mediterraneo abbandonando l’Africa. Forse anche in questo sta il problema.

L’occupazione del potere

Quando pensiamo a politici che intervengono “a gamba tesa” sulle nomine in magistratura e nella sanità, quando possiamo facilmente individuare lo schieramento politico di appartenenza di quell’opinionista o di quell’uomo di spettacolo, intuiamo con preoccupazione un potere politico che muove le sue pedine a controllare inappropriatamente l’esercizio della giustizia, la cura della salute pubblica, l’informazione nella sua interpretazione, l’intrattenimento politicamente corretto e quale no.

Lo fanno tutti, temo. Si ha difficoltà a riconoscere anime belle nel quadro politico che pensino che il proprio partito riesca a conservare e a guadagnare consenso nello stretto agone del dibattito parlamentare e d’una comunicazione solo a questo relativa. Eppure questo scenario, di occupazione dei gangli del sistema con uomini di comprovata affiliazione, non rende merito al popolo, cui appartiene la sovranità secondo la nostra Costituzione: il popolo diviene un gregge da imbonire e da corrompere, da limitare nell’esercizio delle proprie opportunità nel caso in cui si opponga.

Eppure il popolo è altro, va oltre l’accodarsi al più cinico mercanteggiamento delle cariche, e al corrispondente silenzio delle coscienze. Lo diceva don Luigi Giussani in quell’anno drammatico per la nostra storia che è stato il 1992: “Un ideale di vita umana o più umana, non può non suscitare l’interesse della gente, che in qualche modo si riconosce amica e collabora in vista di un percepito o supposto ideale di migliore umanità e cerca di trovare anche gli strumenti per realizzare questo ideale. Questo è un popolo”.

Sappiamo oggi tornare ad essere un popolo come lo fummo negli anni della Ricostruzione dopo il Secondo Conflitto Mondiale? O, per il momento, colla Lega primo partito nazionale, ci immaginiamo più come una confederazione di popoli ciascuno dedito alla tutela degli interessi locali e alla difesa da interferenze extraterritoriali? Per superare l’occupazione del potere abbiamo bisogno di un risveglio della nostra coscienza collettiva, il popolo deve ritornare centrale e deve lasciarsi guidare più dall’ideale pubblico che dall’interesse privato. Ma cosa sogna il popolo (o cosa sognano i popoli italiani) oggi?

Seicento

Secondo i dati dell’indagine epidemiologica Sentieri dell’Istituto superiore di Sanità, tra il 2002 e il 2015 sono nati a Taranto 600 bambini con malformazioni congenite, “con una prevalenza superiore all’atteso” – si legge nello studio – “calcolato su base regionale”. Inoltre, sempre secondo lo studio, è in eccesso rispetto all’atteso anche il numero di tumori osservati in età pediatrica e giovanile. Il dato di 600 bambini nati malformati è presente nella valutazione del danno sanitario dello stabilimento siderurgico Arcelor Mittal (ex Ilva). Si chiede quindi il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli – e io modestamente mi chiedo lo stesso – come mai non è stata resa pubblica questa notizia per tempo, perché è stata rinviata la presentazione degli esiti dell’indagine epidemiologica disponibili già un anno fa?

C’è la sensazione che anche il “governo del cambiamento” sia disposto a barattare cinicamente la salute con il lavoro, piuttosto che promuovere un ripensamento complessivo della politica industriale italiana in termini d’uno sviluppo sostenibile dall’ambiente, dall’uomo, dai beni e dal bene delle nuove generazioni. Anche in questo si pesa il valore del grido “Onestà!” fatto proprio dal M5S, che non può significare solo evitare la corruzione nell’amministrazione della res publica, ma anche promuovere una gestione trasparente e tutelare la popolazione dalle esternalità negative, vieppiù se gravi, delle proprie scelte politiche.

Come potranno studiare, lavorare, e aspirare ad una vita normale quei 600 bambini? Come può non anestetizzarsi la coscienza di un politico che accetta un tale danno sanitario, ne cela la notizia, non si interroga se esistano vie migliori per lo sviluppo economico di Taranto? Come possono i cittadini di Taranto non disilludersi?

E poi c’è Cattelan

Grazie agli scavi finanziati dal governo dell’Azerbaijan, è stata da poco rinvenuta in Roma la testa di una statua raffigurante il dio Dioniso, incassata in un muro di epoca medievale presso i Fori Imperiali. Ed è ancora recente la riscoperta di un’altra meraviglia perduta, la Sala della Sfinge, da parte dei restauratori della Domus Aurea di Nerone.

L’Italia abbonda di opere d’arte e i potenti e facoltosi, di ieri come di oggi, amavano (e potevano – un privilegio) circondarsi del bello, intuendo in questo, forse, una caratteristica anche del prezioso e del divino. Ma questa cultura che fa dell’Italia un museo sedimentatosi a cielo aperto, e un museo di mille musei ancora, non è sufficiente stella polare dei programmi dei partiti e dei loro centri studi, non sfiora quei corsi universitari tenuti da docenti arroccati sui loro appunti e libri di testo, che non premiano l’approfondimento e la sperimentazione ma la ripetizione arida dei soli contenuti veicolati. E’ cultura in un Paese acritico e fatalistico sulla propria capacità di generare cultura – un Paese che rimane in attesa del genio.

E poi c’è l’opera L.O.V.E., il celebre “dito medio” di Cattelan collocato in Piazza Affari a Milano proprio davanti al Palazzo della Borsa. L.O.V.E. è l’acronimo di “libertà, odio, vendetta, eternità” e il “dito medio” che rappresenta la scultura è il dito medio di una mano dalle dita volutamente sgretolate, originariamente impegnata in un saluto fascista verso il Palazzo della Borsa – opera del ventennio.

Personalmente, considero ogni parola di quell’acronimo significativa di ciò che cela il legame originario tra il potere, politico ed economico, e l’arte e la cultura in genere. E questo vale per la statua di Cattelan, come per la Sala della Sfinge nella Domus Aurea di Nerone o la testa di Dioniso rinvenuta ai Fori Imperiali. Il potere vuole essere libero da impacci, vuole eternarsi, vuole poter agire avendo financo in disprezzo il popolo e vendicandosi degli oppositori: l’arte e la cultura vengono perciò intesi come mezzi di propaganda, chi gode dell’opera deve recepire il messaggio del potere che l’ha voluta coniata. La bellezza non più ostentata viene soltanto dopo: quando il sogno d’eternarsi del potere che la possiede fallisce e l’arte pare ribellarsi, diventando carica d’un significato popolare, della voglia di esistere di generazioni successive e smemorate.

La mala educacion

In una Italia di carriere politiche cresciute nella bambagia, per grazia di cooptazione, per esperienze fuori dalle normalmente diffuse difficoltà, ereditate talora da padre in figlio/a, ci si sorprende fin troppo spesso di ritrovare in grossolana miseria morale la nostra classe dirigente. Che è corruttibile nepotista e clientelare – come hanno dimostrato i casi recenti in Calabria, Lombardia ed Umbria. Che trova il gusto di mostrarsi razzista – come è piaciuto mostrarsi al sindaco forzista di Trieste che durante una partita di basket si è alzato in piedi per rivolgere il dito medio al pivot sudanese della squadra avversaria.

Abbiamo eletto un’elite non sufficientemente tale? La noblesse n’oblige plus? Non li abbiamo attentamente costruite e protette già dentro le aule universitarie e i luoghi di lavoro queste speranze per la Nazione? Non avevamo già deciso che la democrazia fosse qualcosa di troppo importante per lasciarla veramente al popolo, senza il controllo dell’informazione e dell’opinione, senza la gara tra portatori di voti ad ogni elezione, senza rispettare la consueta ricetta “panem et circenses” per la plebe?

In questo momento voglio scrivere qui “grazie” solo al Presidente Mattarella per aver frenato e invitato a modificare il decreto sicurezza bis che prevedeva in origine, con dubbio buonsenso, multe per le organizzazioni impegnate nel soccorso dei dispersi in mare e al Presidente Conte per aver voluto sottolineare, nel giorno in cui ricorreva la strage di Capaci, come la lotta alla mafia sia una lotta di libertà, e perciò Falcone e Borsellino due esempi di uomini liberi, senza alcun sospetto abuso dell’aggettivo. C’è ancora una “buona educazione” in giro.

I re sono nudi (ma sono molto odiati)

Nell’era dei social andrebbe forse aggiornato il finale della favola “I vestiti nuovi dell’Imperatore” di Hans Christian Andersen di modo che all’esclamazione del bambino “Ma l’imperatore non ha nulla addosso!” gli imperatori di oggi possano replicare “ecco un bambino, un ignorante, un incompetente, un signor nessuno dal quale non frutterà nulla che mi odia!” E continuare a guidare il proprio corteo (su Facebook, Twitter o Instagram) a testa alta.

In effetti i maitres a penser della penisola, specializzatisi chi a condurre Il Grande Fratello, chi a trovar la propria cadrega in politica, chi a dispensarci saggezze culinarie o armonie musicali usano i social come la televisione: per intavolare un monologo a senso unico, per fare mostra della propria bellezza interiore od esteriore, della propria bravura o della propria fermezza, ergendo un muro che li difenda da ogni critica. Chi critica lo fa perché odia, perché appartiene a questa categoria “sfigata” degli “odiatori”, vite di scarto dell’italico stivale causa la propria pochezza.

Se poi l’italico stivale va maluccio i suoi imperatori fischiettando se ne vanno, scaricandosi vicendevolmente le colpe e facendo spallucce: sono quelli che anche in acque agitate riescono comunque a superare la tempesta perché navigano su imbarcazioni robuste. Di tanto in tanto agli odiatori è concessa qualche soddisfazione: così il lei-non-sa-chi-sono-io (certo che lo so, sottosegretario) Siri è diventato il lei-non-sa-chi-sono-io (certo che lo so, pregiudicato e nuovamente indagato) Siri. Io, più che odiatore, preferisco definirmi uno scommettitore: e scommetto che non ci ricorderemo di Cristiano De Andrè come del padre Fabrizio, di Elena Di Cioccio come del padre batterista della PFM, di Simone Annicchiarico come del padre Walter Chiari. Questi, la barchetta per superare comodamente le tempeste, l’hanno ereditata: la vie facile.

La morte dei cigni e dove fuggire

Lui e Lei erano due cigni reali, che da anni vivevano nel laghetto superiore del parco di Recoaro Terme, in provincia di Vicenza. Recentemente, Lui è stato trovato morto nell’acqua col collo spezzato – si pensa sia stato ucciso a bastonate. E Lei, che amava Lui e senza di Lui non sapeva vivere, come accade comunemente coi cigni reali, si è lasciata morire di inedia, smettendo di mangiare, a soli due giorni di distanza dalla morte del compagno.

Noemi, piccolo cigno umano di soli 4 anni, colpita per errore da un proiettile durante un regolamento di conti per le strade di Napoli, lotta tra la vita e la morte con due polmoni perforati. Ed il padre, che ne spera la salvezza, vorrebbe lasciare Napoli, non farla più crescere in quella città violenta. Ma per andare dove? Esiste ancora in Italia un luogo al riparo dalla barbarie?

Mentre scrivo non ho risposte. Mentre scrivo 43 misure di custodia cautelare sono state spiccate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano nei confronti di politici, amministratori, imprenditori di Lombardia e Piemonte. Le accuse vanno dall’associazione mafiosa, all’abuso d’ufficio, al finanziamento illecito ai partiti, alla corruzione finalizzata alla spartizione di appalti pubblici. Mentre scrivo una ragazzina di 16 anni è stata violentata in quel di Bolzano lungo la passeggiata sopra il fiume Isarco. Dov’è un posto pulito dove crescere una famiglia? A quale latitudine i cigni possono vivere e lasciarsi amare pienamente?