I re sono nudi (ma sono molto odiati)

Nell’era dei social andrebbe forse aggiornato il finale della favola “I vestiti nuovi dell’Imperatore” di Hans Christian Andersen di modo che all’esclamazione del bambino “Ma l’imperatore non ha nulla addosso!” gli imperatori di oggi possano replicare “ecco un bambino, un ignorante, un incompetente, un signor nessuno dal quale non frutterà nulla che mi odia!” E continuare a guidare il proprio corteo (su Facebook, Twitter o Instagram) a testa alta.

In effetti i maitres a penser della penisola, specializzatisi chi a condurre Il Grande Fratello, chi a trovar la propria cadrega in politica, chi a dispensarci saggezze culinarie o armonie musicali usano i social come la televisione: per intavolare un monologo a senso unico, per fare mostra della propria bellezza interiore od esteriore, della propria bravura o della propria fermezza, ergendo un muro che li difenda da ogni critica. Chi critica lo fa perché odia, perché appartiene a questa categoria “sfigata” degli “odiatori”, vite di scarto dell’italico stivale causa la propria pochezza.

Se poi l’italico stivale va maluccio i suoi imperatori fischiettando se ne vanno, scaricandosi vicendevolmente le colpe e facendo spallucce: sono quelli che anche in acque agitate riescono comunque a superare la tempesta perché navigano su imbarcazioni robuste. Di tanto in tanto agli odiatori è concessa qualche soddisfazione: così il lei-non-sa-chi-sono-io (certo che lo so, sottosegretario) Siri è diventato il lei-non-sa-chi-sono-io (certo che lo so, pregiudicato e nuovamente indagato) Siri. Io, più che odiatore, preferisco definirmi uno scommettitore: e scommetto che non ci ricorderemo di Cristiano De Andrè come del padre Fabrizio, di Elena Di Cioccio come del padre batterista della PFM, di Simone Annicchiarico come del padre Walter Chiari. Questi, la barchetta per superare comodamente le tempeste, l’hanno ereditata: la vie facile.

La morte dei cigni e dove fuggire

Lui e Lei erano due cigni reali, che da anni vivevano nel laghetto superiore del parco di Recoaro Terme, in provincia di Vicenza. Recentemente, Lui è stato trovato morto nell’acqua col collo spezzato – si pensa sia stato ucciso a bastonate. E Lei, che amava Lui e senza di Lui non sapeva vivere, come accade comunemente coi cigni reali, si è lasciata morire di inedia, smettendo di mangiare, a soli due giorni di distanza dalla morte del compagno.

Noemi, piccolo cigno umano di soli 4 anni, colpita per errore da un proiettile durante un regolamento di conti per le strade di Napoli, lotta tra la vita e la morte con due polmoni perforati. Ed il padre, che ne spera la salvezza, vorrebbe lasciare Napoli, non farla più crescere in quella città violenta. Ma per andare dove? Esiste ancora in Italia un luogo al riparo dalla barbarie?

Mentre scrivo non ho risposte. Mentre scrivo 43 misure di custodia cautelare sono state spiccate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano nei confronti di politici, amministratori, imprenditori di Lombardia e Piemonte. Le accuse vanno dall’associazione mafiosa, all’abuso d’ufficio, al finanziamento illecito ai partiti, alla corruzione finalizzata alla spartizione di appalti pubblici. Mentre scrivo una ragazzina di 16 anni è stata violentata in quel di Bolzano lungo la passeggiata sopra il fiume Isarco. Dov’è un posto pulito dove crescere una famiglia? A quale latitudine i cigni possono vivere e lasciarsi amare pienamente?

Il freddo di Manduria

Ci sono forse delle condizioni familiari, ed ambientali, che hanno permesso alla baby gang criminale di Manduria, provincia di Taranto, di perseguitare con violenza inaudita e ripetuta, fisica e psicologica, il 66enne inerme ed anziano disabile psichico Antonio Stano. Antonio Stano non c’è più: chi sapeva del suo martirio è rimasto in silenzio a curare gli affari propri. La baby gang, per compiacersi ancora di più, si scambiava audio e video dei pestaggi.

La prima cosa da scrivere – che mi sembra persino banale scrivere ma va scritta – è che questi ragazzi dovrebbero sapere quanto sia più facile, quindi più vigliacco, distruggere piuttosto che costruire. Ricorderebbe Pascal: “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero.” Antonio Stano, anima fragile e pacifica, andava abbracciato, integrato nel tessuto cittadino di Manduria: servivano idee, e azioni conseguenti – e questo sarebbe stato difficile. Emarginarlo prima e poi ucciderlo è più semplice, nessun premio, nessun applauso, nessuna gioia va a chi prende a proprio esempio la Morte piuttosto che la scintilla di un Dio creatore.

Dicevo delle condizioni familiari, ed ambientali. Per i ragazzi di Manduria non hanno funzionato istituzioni educative come la famiglia, l’oratorio, la scuola. Forse in famiglia si è fatta strada l’idea che bisogna essere furbi e sfacciati e vaccinati dagli eccessivi sentimentalismi, come mostrano di esserlo i “padroni”, per andare avanti nell’esistenza, forse la scuola, non più viatico per il lavoro secondo il merito e le attitudini, è divenuta stanca e noiosa erogatrice di nozioni, forse l’oratorio è divenuto soltanto il luogo buono per giocare a pallone. Così il Sole di questo Sud allo sbando non riscalda più. E c’è freddo a Manduria. E un Cristo ci è morto.

Non amo che le rose che colsi

La notizia di cui scrivo è già una non-notizia, in quanto gli organizzatori della mezza maratona di Trieste, dopo aver inizialmente negato la possibilità di partecipazione agli atleti africani, forse per l’indignazione sollevata dal caso, hanno presto fatto dietrofront. Rimane comunque il dato, inquietante, della scelta iniziale, pericoloso in un Paese che rischia, episodio dopo episodio come interpretati questi nel sentire popolare, di avvitarsi dentro una comoda quanto asfittica identità nazionale, ed europea e “bianca”.

Vorrei che gli italiani si riscoprissero cittadini del Mediterraneo e riuscissero ad amare e ad avere cura del destino delle donne e degli uomini delle sponde opposte di questo mare, anche se ci appare uno sforzo più grande rapportarci a persone di cultura, lingua, tradizioni tanto diverse. Vorrei che la bussola fosse l’amore, una sorta di “mal d’Africa”, che preceda la cinica convenienza economica, lo sfruttamento del Continente Nero in forme colonialiste o neocolonialiste, lo sfruttamento barbaro e la mancata integrazione degli immigrati ridotti in schiavitù nelle campagne e nelle periferie dei nostri centri abitati.

Se la storia si scrivesse coi “se” e coi “ma”, vorrei ricordare oggi la bella ostilità ad una politica di intervento militarista degli ottocenteschi governi Depretis e Cairoli che pure aspiravano ad una colonizzazione pacifica della Tunisia da parte del neonato regno d’Italia, tentativo soffocato nel suo procedere dall’intervento militare francese in Tunisia del 1881. Forse se l’Italia avesse battuto di due cuori, Roma e Cartagine alla pari, e fosse stato luogo fecondo di incontro tra Islam e Cristianesimo, oggi saremmo un Paese meno razzista, un lembo d’Europa e un lembo d’Africa. Ma dobbiamo proprio possedere una terra per non essere razzisti, per amare la gente che ci abita?

Ti moi sùn doùloisin?

Ti moi sùn doùloisin, “Che ho a che fare io con i servi?”, fu l’emblema che contraddistinse la Pietro Gobetti Editore dal 1923 al 1929 quale aperta sfida culturale in opposizione al fascismo. Il motto è tratto da una lettera inviata dall’Alfieri all’amico Tommaso Valperga di Caluso scritta da Firenze il 28 marzo 1801: l’Alfieri, nel rifiutare, sdegnato, l’iscrizione alla Accademia delle Scienze di Torino, colpevole ai suoi occhi di essere “celtizzata”, scriveva al Caluso che avrebbe voluto rispondere agli Accademici proponenti solo quelle quattro parole greche da lui stesso messe in fila con la loro sferzante domanda.

In Italia, per circa vent’anni, la difesa della libertà è stata rappresentata da un uomo assai facoltoso coinvolto nel tempo in diversi scandali giudiziari: Silvio Berlusconi. Con lui il garantismo in politica si è spinto fino all’affermazione di una intoccabilità a prescindere, idealmente fondata sul consenso elettorale, del ceto politico dalle inchieste della magistratura, le carriere politiche si sono arrestate solo a sentenza definitiva pronte a riprendere scontata la pena. In questo quadro torbido, la libertà è stata in massimo grado “libertà di agire” e “libertà dal patire” di una facoltosa oligarchia e diritti e doveri sono stati divisi per censo congelata la piramide sociale. Le organizzazioni criminali, silenziose tessitrici tramite insospettati intermediari di un rapporto con la classe dirigente, hanno avuto modo di arricchirsi e perciò di incrementare le proprie capacità di influenzare, d’indirizzare.

Ma torniamo alla domanda iniziale: ti moi sùn doùloisin?, “che ho a che fare io con i servi?”. Esiste una libertà che il fondatore di Milano 2 e di Mediaset non poteva rappresentare. Prima di una libertà di agire e di una libertà dal patire che una democrazia è per vocazione chiamata (almeno in teoria) a garantire egualmente al maggior numero di cittadini, c’è una libertà che è una condizione interiore e che ci guida nelle nostre scelte, a volte rinunce sofferte, ed è la liberta di chi si interroga quotidianamente, costi quello che costi, ti moi sùn doùloisin?, “che ho a che fare io con i servi?”. Se è una condizione interiore, si può essere liberi sempre, come lo era Piero Gobetti, come lo furono i partigiani che riscattarono l’Italia dal nazifascismo e da una complice monarchia, come lo sono stati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino di fronte alla piovra arrogante. Insieme al milite ignoto dovremmo considerare l’uomo libero sconosciuto, forse un barbone, forse un solitario, dal cuore ferito ma dall’animo intatto.

La crescita.

Non vi può essere una crescita sostenuta in un Paese la cui elite vivacchia su posizioni di rendita e si tramanda da generazione in generazione la difesa di questo ingiusto vantaggio. Non vi può essere una crescita sostenuta in un Paese nel quale la competizione fa vincere troppo spesso il peggiore, nel senso di meno capace, meno appassionato, ma più ubbidiente (e dunque favorito nella cooptazione), nelle università come nelle aziende. Non vi può essere una crescita sostenuta infine in un Paese che non sostiene seriamente l’ingresso dei propri giovani nel mondo del lavoro facendo terminare la preparazione a tale accesso al più al 24° anno di età.

Dovremmo andare a lavorare con l’entusiasmo derivante dalla consapevolezza che il nostro lavoro è il primo mezzo, se non l’unico, che possediamo per cambiare il mondo nel quale viviamo: la produttività se ne gioverebbe in un naturale rapporto di causa e di effetto. Ma la legge Fornero approvata alla fine del 2011 ha trasportato oltre i 40 anni di contributi gli anni necessari per uscire dal lavoro indipendentemente dall’età e, pur volendo immaginare quella stabilità lavorativa che oggi è spesso privilegio riservato ai ceti più abbienti (insieme a contributi più sostanziosi), 40 anni vuol dire lavorare stabilmente dai 30 anni fino ai 70 anni e ciò in un quadro sconfortante nel quale alle fasce più povere sono destinati spesso in sorte la delocalizzazione dell’azienda nella quale si opera, l’approssimazione nel rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro (e dunque i troppi incidenti sul lavoro), il pagamento per mezzo dei voucher, il lavoro in nero, lunghi periodi di disoccupazione.

Come è possibile appassionarci se il lavoro è nella maggioranza dei casi una grigia lotteria dalla quale le pedine escono scambiate di posto? Se la scuola perde o fraintende il suo ruolo istituzionale con nuove generazioni sempre più violente e università in mano a professori arroganti che arruolano matricole in massa, non importa l’età, per fundraising? Bastano gli accordi internazionali sul commercio, certo benvenuti? Basta riattivare i cantieri fermi?

Green Friday

Oggi non voglio scrivere della strage filmata in diretta dall’attentatore e avvenuta in due moschee a Christchurch in Nuova Zelanda, ennesimo caso in cui l’odio religioso si traduce in sanguinaria follia. Mi piace invece appuntare su questa bacheca la straordinaria mobilitazione sui cambiamenti climatici in corso e sulle possibilità d’uno sviluppo sostenibile che, ispirata dalla giovanissima attivista svedese Greta Thunberg, vede ormai coinvolte persone, giovani e meno giovani, da tutto il mondo.

E’ questo il segno evidente che le sofferenze del pianeta causate da un progresso umano non rispettoso dell’ambiente costituiscono ormai una preoccupazione diffusa nella collettività, come pure la sensazione che il tempo per rimediare all’irreversibile sia poco. Raramente in scenari di degrado, a differenza degli scenari di brusca crisi, la gente comune riesce ad inquadrare in tempo il pericolo, a tradurlo in istanza politica urgente e la politica a disporre i conseguenti necessari interventi: nutro il timore che la sedicenne Greta agisca già su uno scenario troppo compromesso dalle generazioni precedenti, queste già politicamente compromesse con industriali senza scrupoli.

Ma che sia una ragazza a difendere quel futuro che appartiene innanzitutto a lei e ai suoi coetanei e che il tema ambientale sia divenuto un patrimonio comune a livello globale sono comunque buoni segnali. Ciò che spero è che la politica non si mostri sorda a queste pressioni nel decidere di politica energetica, di politica industriale, di assetto del territorio.

Hey tu, deluso

Quindi Nicola Zingaretti, con oltre 2/3 dei consensi del popolo delle primarie del Partito Democratico, è divenuto il nuovo segretario del Pd. Eredita un partito alla disperata ricerca di tradurre quei consensi in voti già ai prossimi appuntamenti elettorali per elevarsi dall’abisso in cui è sprofondato nelle politiche dell’anno scorso. I primi discorsi del neosegretario, oltre ad invitare le energie interne ad uno spirito unitario, collaborativo, criticano apertamente il governo in carica ma si rivolgono al contempo con voce benevola ai delusi di Lega e M5S.

Quello che Nicola Zingaretti forse dimentica di tenere in debita considerazione è l’incipit del romanzo “Anna Karenina” di Lev Tolstoj: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. Infatti, se dai dati del trend economico egli legge una conseguente delusione del mondo imprenditoriale del Nord produttivo nei confronti della Lega, c’è da chiedersi queste figure come entrino in gioco nell’interpretare l’emorragia di consensi registrata prima nei sondaggi poi nei fatti dal M5S.

La tradizionale “vocazione maggioritaria” del Pd, il “maanchismo” di veltroniana memoria teso ad includere nel partito le aspirazioni di tutto e del contrario di tutto sono già stati sperimentati come fallimentari. La sinistra tradizionalmente intesa fatica a trovare consenso perché se tu convinci un operaio, questi al massimo coinvolgerà i suoi stretti familiari, se tu convinci un industriale, questi potrà coinvolgere i suoi partner d’affari, i suoi operai e si scatenerà un meccanismo a catena di consenso di più vasta portata.

Ma un partito è un partito, parteggia per una parte, per un’idea che non può essere opaca di società. Deve avere il coraggio di dire cosa è e cosa vuole. Deve offrire un’interpretazione limpida della realtà. E’ quello che fa ad esempio la Lega, per quanto opinabili siano le sue battaglie, per quanto si possa discutere la sua “narrazione” essa è coerente. Difficilmente Zingaretti riuscirà nell’ascesa dei consensi che è riuscita a Salvini se dimentica questo, se vorrà sorridere a dritta e a manca. Il popolo delle primarie si assomiglierà, ma fuori da questo ci sono mille sfaccettature diverse di infelicità.

Quelle piccole scelte quotidiane

In fondo scegliamo ogni giorno in che società intendiamo vivere. Lo facciamo nei rapporti interpersonali, di amicizia, di lavoro, ma anche tra perfetti sconosciuti; lo facciamo nelle nostre scelte di acquisto e di riuso. E’ triste dirlo ma lo facciamo anche fuggendo dal luogo natio divenuto, in senso lato, malsano per noi o per i nostri figli da crescere.

Così facciamo parte di un’Italia non razzista non distinguendo né discriminando le persone sulla base del colore della pelle e facciamo parte di un’Italia non corrotta se svolgiamo il nostro lavoro in maniera irreprensibile. Così ci uniamo alla protesta dei pastori sardi che versano il latte di pecora per terra in questi giorni per chiedere un prezzo superiore ai costi di produzione non acquistando in questo momento i lavorati di quella filiera, così se non vogliamo pesticidi nella frutta e nella verdura compriamo biologico, così se siamo sensibili ai ritmi estenuanti cui sono sottoposti i driver Amazon – ad esempio – evitiamo per i nostri acquisti quel negozio virtuale.

Ed ancora se viviamo in una regione del Sud e pensiamo che concretamente i più alti gradi dell’istruzione siano diversamente formulati ed impartiti tra Sud e Nord del Paese e restare significherebbe un’ipoteca sul futuro nostro o dei nostri figli, se un servizio giornalistico ci racconta di infrastrutture o peggio strutture sanitarie fatiscenti, se nel territorio che abitiamo siamo costretti a scegliere ogni giorno tra salute e lavoro, è giusto chiedersi, se si è ancora in tempo, se non sia il caso di stabilirsi altrove.

Certamente non tutte le scelte sono a nostra disposizione, e non lo sono sempre nella stessa vastità e colla stessa importanza: non siamo divinità. Ma pensare che ogni giorno non siamo in alcun modo liberi di scegliere come interpretare la nostra sorte nel tempo che viviamo, e fare così la nostra parte, è negare la nostra responsabilità sulla nostra vita e sul mondo che ci circonda.

Chi vota chi

E’ possibile distinguere tra astensionisti e votanti, elezione dopo elezione, in termini di apocalittici oramai disincantati sulle sorti della Patria e su quelle loro individuali e individui integrati, e che si sentono tali, nei gangli del sistema Paese. Mentre gli integrati sono gli unici a potersi giovare di esperienze professionali utili alla polis insieme al proprio bagaglio culturale, gli apocalittici assommano a migliaia nel novero degli emarginati e, si badi, si tratta oggi non solo di individui esclusi economicamente e/o socialmente perché sperimentanti situazioni di speciale disagio ma anche individui di buona cultura che però terminati gli studi hanno trovato sbocco solo in lavori poco qualificanti e poco pagati (working hard, working poor).

Si sente ripetere in questi giorni che coloro i quali si occupano di politica dovrebbero essere altamente competenti per studi prima ed esperienze professionali dopo, quindi, seguendo questa tesi, tutti i partiti politici dovrebbero essere composti unicamente di integrati. Si ripropone quindi il bakuniano dilemma: “l’apocalittico vuole (cambiare il sistema) ma non sa (come), l’integrato sa (come cambiare il sistema) ma non vuole (non ne vede la convenienza)”. I soggetti cui faceva riferimento Bakunin erano il popolo e la borghesia ed egli concludeva dando per incurabile la borghesia – ciò è affine al nostro ragionamento.

Se escludiamo il voto di scambio e consideriamo solo il voto di opinione, non ci sorprende la difficoltà che trovano quei movimenti che si rivolgono agli apocalittici di guadagnarne, e stabilmente, la fiducia. Sono movimenti che rimangono solitamente confinati alla singola cifra percentuale di consensi, alla protesta, all’opposizione o alla marginalità dentro una coalizione vincente. Non così è accaduto per il movimento fondato dal comico Beppe Grillo, da lui trascinato al successo come soggetto di dirompente novità nella scena politica. Un “vaffa” dopo l’altro, mentre il movimento si riempiva di integrati richiamava forte il consenso degli apocalittici. Ed è andato tutto bene, fino all’avventura di governo, quando per realismo negoziale con l’alleato di governo o nella contrattazione di paletti economici con l’Europa, il m5s ha dovuto limare, smussare, compiere persino inversioni di marcia. Così è accaduto il prevedibile: perdita di consenso nei sondaggi, bruschi cali nelle elezioni regionali. Il voto degli apocalittici è esigente.