Green Friday

Oggi non voglio scrivere della strage filmata in diretta dall’attentatore e avvenuta in due moschee a Christchurch in Nuova Zelanda, ennesimo caso in cui l’odio religioso si traduce in sanguinaria follia. Mi piace invece appuntare su questa bacheca la straordinaria mobilitazione sui cambiamenti climatici in corso e sulle possibilità d’uno sviluppo sostenibile che, ispirata dalla giovanissima attivista svedese Greta Thunberg, vede ormai coinvolte persone, giovani e meno giovani, da tutto il mondo.

E’ questo il segno evidente che le sofferenze del pianeta causate da un progresso umano non rispettoso dell’ambiente costituiscono ormai una preoccupazione diffusa nella collettività, come pure la sensazione che il tempo per rimediare all’irreversibile sia poco. Raramente in scenari di degrado, a differenza degli scenari di brusca crisi, la gente comune riesce ad inquadrare in tempo il pericolo, a tradurlo in istanza politica urgente e la politica a disporre i conseguenti necessari interventi: nutro il timore che la sedicenne Greta agisca già su uno scenario troppo compromesso dalle generazioni precedenti, queste già politicamente compromesse con industriali senza scrupoli.

Ma che sia una ragazza a difendere quel futuro che appartiene innanzitutto a lei e ai suoi coetanei e che il tema ambientale sia divenuto un patrimonio comune a livello globale sono comunque buoni segnali. Ciò che spero è che la politica non si mostri sorda a queste pressioni nel decidere di politica energetica, di politica industriale, di assetto del territorio.

Hey tu, deluso

Quindi Nicola Zingaretti, con oltre 2/3 dei consensi del popolo delle primarie del Partito Democratico, è divenuto il nuovo segretario del Pd. Eredita un partito alla disperata ricerca di tradurre quei consensi in voti già ai prossimi appuntamenti elettorali per elevarsi dall’abisso in cui è sprofondato nelle politiche dell’anno scorso. I primi discorsi del neosegretario, oltre ad invitare le energie interne ad uno spirito unitario, collaborativo, criticano apertamente il governo in carica ma si rivolgono al contempo con voce benevola ai delusi di Lega e M5S.

Quello che Nicola Zingaretti forse dimentica di tenere in debita considerazione è l’incipit del romanzo “Anna Karenina” di Lev Tolstoj: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. Infatti, se dai dati del trend economico egli legge una conseguente delusione del mondo imprenditoriale del Nord produttivo nei confronti della Lega, c’è da chiedersi queste figure come entrino in gioco nell’interpretare l’emorragia di consensi registrata prima nei sondaggi poi nei fatti dal M5S.

La tradizionale “vocazione maggioritaria” del Pd, il “maanchismo” di veltroniana memoria teso ad includere nel partito le aspirazioni di tutto e del contrario di tutto sono già stati sperimentati come fallimentari. La sinistra tradizionalmente intesa fatica a trovare consenso perché se tu convinci un operaio, questi al massimo coinvolgerà i suoi stretti familiari, se tu convinci un industriale, questi potrà coinvolgere i suoi partner d’affari, i suoi operai e si scatenerà un meccanismo a catena di consenso di più vasta portata.

Ma un partito è un partito, parteggia per una parte, per un’idea che non può essere opaca di società. Deve avere il coraggio di dire cosa è e cosa vuole. Deve offrire un’interpretazione limpida della realtà. E’ quello che fa ad esempio la Lega, per quanto opinabili siano le sue battaglie, per quanto si possa discutere la sua “narrazione” essa è coerente. Difficilmente Zingaretti riuscirà nell’ascesa dei consensi che è riuscita a Salvini se dimentica questo, se vorrà sorridere a dritta e a manca. Il popolo delle primarie si assomiglierà, ma fuori da questo ci sono mille sfaccettature diverse di infelicità.

Quelle piccole scelte quotidiane

In fondo scegliamo ogni giorno in che società intendiamo vivere. Lo facciamo nei rapporti interpersonali, di amicizia, di lavoro, ma anche tra perfetti sconosciuti; lo facciamo nelle nostre scelte di acquisto e di riuso. E’ triste dirlo ma lo facciamo anche fuggendo dal luogo natio divenuto, in senso lato, malsano per noi o per i nostri figli da crescere.

Così facciamo parte di un’Italia non razzista non distinguendo né discriminando le persone sulla base del colore della pelle e facciamo parte di un’Italia non corrotta se svolgiamo il nostro lavoro in maniera irreprensibile. Così ci uniamo alla protesta dei pastori sardi che versano il latte di pecora per terra in questi giorni per chiedere un prezzo superiore ai costi di produzione non acquistando in questo momento i lavorati di quella filiera, così se non vogliamo pesticidi nella frutta e nella verdura compriamo biologico, così se siamo sensibili ai ritmi estenuanti cui sono sottoposti i driver Amazon – ad esempio – evitiamo per i nostri acquisti quel negozio virtuale.

Ed ancora se viviamo in una regione del Sud e pensiamo che concretamente i più alti gradi dell’istruzione siano diversamente formulati ed impartiti tra Sud e Nord del Paese e restare significherebbe un’ipoteca sul futuro nostro o dei nostri figli, se un servizio giornalistico ci racconta di infrastrutture o peggio strutture sanitarie fatiscenti, se nel territorio che abitiamo siamo costretti a scegliere ogni giorno tra salute e lavoro, è giusto chiedersi, se si è ancora in tempo, se non sia il caso di stabilirsi altrove.

Certamente non tutte le scelte sono a nostra disposizione, e non lo sono sempre nella stessa vastità e colla stessa importanza: non siamo divinità. Ma pensare che ogni giorno non siamo in alcun modo liberi di scegliere come interpretare la nostra sorte nel tempo che viviamo, e fare così la nostra parte, è negare la nostra responsabilità sulla nostra vita e sul mondo che ci circonda.

Chi vota chi

E’ possibile distinguere tra astensionisti e votanti, elezione dopo elezione, in termini di apocalittici oramai disincantati sulle sorti della Patria e su quelle loro individuali e individui integrati, e che si sentono tali, nei gangli del sistema Paese. Mentre gli integrati sono gli unici a potersi giovare di esperienze professionali utili alla polis insieme al proprio bagaglio culturale, gli apocalittici assommano a migliaia nel novero degli emarginati e, si badi, si tratta oggi non solo di individui esclusi economicamente e/o socialmente perché sperimentanti situazioni di speciale disagio ma anche individui di buona cultura che però terminati gli studi hanno trovato sbocco solo in lavori poco qualificanti e poco pagati (working hard, working poor).

Si sente ripetere in questi giorni che coloro i quali si occupano di politica dovrebbero essere altamente competenti per studi prima ed esperienze professionali dopo, quindi, seguendo questa tesi, tutti i partiti politici dovrebbero essere composti unicamente di integrati. Si ripropone quindi il bakuniano dilemma: “l’apocalittico vuole (cambiare il sistema) ma non sa (come), l’integrato sa (come cambiare il sistema) ma non vuole (non ne vede la convenienza)”. I soggetti cui faceva riferimento Bakunin erano il popolo e la borghesia ed egli concludeva dando per incurabile la borghesia – ciò è affine al nostro ragionamento.

Se escludiamo il voto di scambio e consideriamo solo il voto di opinione, non ci sorprende la difficoltà che trovano quei movimenti che si rivolgono agli apocalittici di guadagnarne, e stabilmente, la fiducia. Sono movimenti che rimangono solitamente confinati alla singola cifra percentuale di consensi, alla protesta, all’opposizione o alla marginalità dentro una coalizione vincente. Non così è accaduto per il movimento fondato dal comico Beppe Grillo, da lui trascinato al successo come soggetto di dirompente novità nella scena politica. Un “vaffa” dopo l’altro, mentre il movimento si riempiva di integrati richiamava forte il consenso degli apocalittici. Ed è andato tutto bene, fino all’avventura di governo, quando per realismo negoziale con l’alleato di governo o nella contrattazione di paletti economici con l’Europa, il m5s ha dovuto limare, smussare, compiere persino inversioni di marcia. Così è accaduto il prevedibile: perdita di consenso nei sondaggi, bruschi cali nelle elezioni regionali. Il voto degli apocalittici è esigente.

Non salvare Salvini

Che ci si debba difendere ‘nei’ processi e non ‘dai’ processi, facendo valere lo Stato di Diritto di fronte al quale ogni cittadino è uguale, è massima di civile convivenza in una democrazia che voglia dirsi tale. Sarò sincero: l’immigrazione dalle coste africane va affrontata nell’ottica di una indispensabile redistribuzione dei migranti sull’intero territorio dell’Unione Europea e l’Italia è stata per troppo tempo lasciata colpevolmente isolata su questa questione; inoltre l’integrazione dei migranti sul territorio italiano ha sollevato nel tempo molti pesanti dubbi, dalle baraccopoli e dai casi di caporalato nelle campagne del Mezzogiorno, alla mafia nigeriana che fino a pochi giorni fa aveva la propria base nel CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Mineo, provincia di Catania, e gestiva da lì spaccio e prostituzione, fino a ricordare le intercettazioni di quel “mondo di mezzo” romano che con compromissioni con chi sarebbe stato preposto alla difesa della legalità e l’ingresso in meccanismi clientelari otteneva in cambio gli appalti di gestione dell’accoglienza perché “gli immigrati fruttano di più della droga”.

Di fronte all'”internazionale socialista” che, giustamente, si indigna per le morti in mare ma che poi, meno giustamente, fa spallucce sulla concreta accoglienza ed integrazione in una Nazione povera (nel 2017, dati Istat, le persone che vivevano in povertà assoluta in Italia avevano sfondato quota 5 milioni, il valore più alto registrato dall’inizio delle serie storiche nel 2005), c’è da chiedersi se non abbiano una parte di ragione i ministri Salvini e Toninelli con l’iniziativa dei “porti chiusi”. Del resto come farsi sentire in Europa senza una decisione muscolare, invece di mostrarsi pacificamente disponibili ad una spesso falsa e sempre sbilanciata integrazione? Eppure, proprio per questa parte non trascurabile di ragione, dal ministro e da chi voterà domani sul caso Diciotti nella Giunta per le Immunità parlamentari del Senato si auspica coerenza e coraggio, evitando lagnanze di persecuzioni giudiziarie da parte di una magistratura politicizzata e tesi azzardate secondo le quali, aprioristicamente, i governi non vanno mai giudicati nel loro operato.

Costruire ponti

Non c’è nulla di più complesso, e di più complessivo, dell’esperienza religiosa. La quale può guidare gli uomini verso le vette più alte o gli abissi più profondi, traendo il meglio dalla loro umanità o il peggio dalla loro disumanità. I credenti, pur vivendo in uno spazio e in un tempo di esperienze parziali, coltivano una fiducia che supera il grigio e talora l’aridità della natura e quella della natura dei rapporti umani, intuendo un disegno perfetto sopra tanta imperfezione e fragilità. Con questo balzo della fede “la follia di Dio” (prima lettera ai Corinzi) “è più sapiente degli uomini”, “la debolezza di Dio” diviene “più forte degli uomini”.

A Campo de’ Fiori in Roma, l’ottocentesco monumento al filosofo e frate domenicano Giordano Bruno, lì arso vivo due secoli prima, ci rammenta i tempi bui dell’Inquisizione quando l’autorità della Chiesa non poteva essere messa in discussione nell’Europa cattolica. Sì, ci sono stati secoli in cui il riferimento a Dio ha giustificato la messa a morte di tante vite, nonché la guerra i saccheggi gli stupri. Secoli di crociate e di guerre “sante” contro gli infedeli. Ancora recentemente stiamo vivendo sotto la minaccia del terrorismo che usa come propria giustificazione la religione.

Per la natura particolare di qualunque religione, capace quindi di muovere nel bene e nel male le corde più profonde del pensiero e dell’azione del fedele, è dunque assolutamente opportuno che le autorità religiose si parlino pubblicamente in occasioni ripetute e cerchino sempre più punti d’incontro per una pacifica convivenza. Che si studino approfonditamente inoltre, come accade da mezzo secolo al PISAI (https://www.pisai.it), Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, “centro di studi e di ricerca che prepara al dialogo islamo-cristiano”. E’ chiaro in conclusione che chi scrive queste righe auspica che abbia portata storica l’incontro interreligioso tenutosi nella penisola araba in questi giorni, nell’ottica della pace, fecondo di un’accresciuta comprensione reciproca tra credi diversi, capace di una delegittimazione “senza se e senza ma” dell’odio religioso.